metodo

dott.ssa Giulia Mellacca

Il primo concetto che ho incontrato in questo percorso e che ho trovato centrale e straordinario, seppure semplice, è stato quello di testimonianza.

 

Per me la Psicoterapia Contemplativa ha il suo inizio proprio con questo: guardare, osservare, testimoniare tutto ciò che c’è e che arriva momento dopo momento. Testimoniare la modalità narrativa che utilizziamo, testimoniare le emozioni che sentiamo, momento dopo momento, con accettazione, accoglienza, senza giudizio, eventualmente testimoniare anche la nostra stessa tendenza al giudizio e la nostra difficoltà ad accogliere, con atteggiamento benevolo.

 

In un processo analitico terapeutico, questo di per sé determina il cambiamento.

 

È la differenza fra l’essere travolti da ciò che ci accade e il poter mantenere una parte di noi lucidamente osservante.

 

Il viaggio comincia con lo sviluppo della presenza mentale e della concentrazione, che permettono poi un atteggiamento accogliente e consapevole nei confronti di tutto ciò che incontriamo nella psicoterapia e nella vita. Attraverso la meditazione quindi, si arriva ad uno stato di attenzione, concentrazione e calma, che diventa il terreno su cui sarà possibile lavorare con la psicoterapia per riconoscere ciò che accade e scegliere e sperimentare una via diversa. Numerose ricerche recenti (Siegel, Porges, et al.) dimostrano come entrambe le tecniche promuovano la plasticità neuronale e quindi la modifica delle reazioni automatiche e quindi anche del processo di significazione. Così come altre ricerche hanno dimostrato l’effetto della pratica di Compassione sui cambiamenti del cervello (Davidson, Singer).

 

La singolarità e l’efficacia dell’intervento della Psicologia Buddhista e della Psicoterapia Contemplativa ha la sua radice in in una semplice quaterna, che con chiarezza spiega la nostra sofferenza (rivisitazione delle Quattro Nobili Verità):

  1. Nella vita esistono varie forme di sofferenza e le nostre risposte condizionate lasciano la nostra mente e il nostro corpo avvelenati da modalità reattive istintive e traumatiche.
  2. La sofferenza è autoalimentata attraverso una catena di processi neuropsicologici legati causalmente, che possono semplicisticamente essere sintetizzati in 4 punti: 1) reificazione e dispercezione di sé e della realtà; 2) reazioni afflittive, come l’attaccamento basato sulla paura e l’ostilità difensiva; 3) azioni maladattive e compulsive; 4) adattamento ad una vita compulsiva che condiziona percezione, emozione e comportamento.
  3. Siccome la sofferenza è creata da noi stessi e non viene da fuori, abbiamo il potere di intervenire consapevolmente per rompere questo ciclo condizionato ed uscirne.
  4. Esiste un metodo per ottenere questo, che consiste nello sviluppo di: 1. Presenza Mentale, 2. Concentrazione, 3. Realistica visione, 4. Intenzione sana, 5. Comunicazione consapevole, 6. Stile di vita sano, 7. Agire consapevole, 8. Impegno consapevole, interessato e direzionato.

 

Direi che tutto questo è il punto di partenza ma anche la direzione di tutto l’intervento psicoterapeutico, che poi si svilupperà anche attraverso concetti che appartengono, così come sono presentati, alla Psicologia Buddhista, ma che in realtà pervadono anche alcuni altri orientamenti di psicoterapia, come i Quattro Incommensurabili: Benevolenza, Compassione, Gioia, Equanimità.

Poter apprendere e fare esperienza di questi stati mentali, offre una prospettiva nuova e più ampia alla nostra narrazione e alla nostra vita, che ci consentirà di scegliere con che atteggiamento viverla.